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DOC 1 / Le quinte sono vuote. L’autore è in scena

February 1, 2017

  ©Angelo Pedroni

 

Autore, coreografo, performer: quali sono i ruoli della danza? In una riflessione trasversale su spettacoli che indagano il rapporto tra corpo e performatività, si può individuare una linea di lavoro comune: Francesca Pennini e Annamaria Ajmone portano in scena le loro stesse identità. Tra limiti e potenzialità.

 

 

Come si struttura il rapporto tra creazione e performance? Quali forme può assumere la relazione tra autore e spettacolo? Giovedì 3 novembre, presso la sala Fassbinder del Teatro Elfo Puccini, Francesca Pennini di CollettivOCineticO ha portato in scena 10 Miniballetti; a distanza di nove giorni, presso lo Showroom Bonottoeditions, Annamaria Ajmone ha presentato Slide in B. Due lavori che rispondono in modo molto simile alle domande iniziali: in entrambi infatti il ruolo di creatrice e quello di performer coincidono. Francesca Pennini, oltre a essere direttrice artistica di CollettivOCineticO e autrice dello spettacolo, è anche l’unica interprete in scena. Allo stesso modo, Annamaria Ajmone, fiancheggiata dal musicista Caned Icoda, si esibisce in un assolo di improvvisazione. Il punto di partenza per la Pennini è stato il “diario coreografico” di quando era una bambina, un quaderno sul quale appuntava idee per i suoi “miniballetti”. La danzatrice ha reinterpretato e messo in scena (con un pizzico di humour) le sue prime creazioni: se da un lato si rimane stupefatti dalla sua agilità e dalla sua padronanza del corpo, dall’altro la ripetizione di salti, spaccate, verticali rischia di apparire uno sfoggio di abilità ginniche. Annamaria Ajmone sceglie, come palcoscenico del suo lavoro, una sala di Palazzo Durini, un luogo che incanta e trasporta l’immaginazione del pubblico. Se anche Ajmone, come Pennini, è coreografa di se stessa, il processo creativo avviene in modo differente. La sua scelta è infatti quella di improvvisare, lasciandosi influenzare dai suoni, dal luogo e soprattutto dal pubblico, che circonda la danzatrice e la segue nei suoi spostamenti per la sala. Una creazione fresca costruita istante dopo istante, dove poco o nulla era già stato deciso. Quando un coreografo, o un qualsiasi “creatore della scena”, riveste il ruolo di interprete di un suo stesso spettacolo, di certo si mette in gioco. Ma, se il creatore/interprete ha chiaro lo scopo della rappresentazione e sa già qual è il risultato che vuole raggiungere, al tempo stesso non può porsi come occhio esterno alla scena. Ponendosi fuori dalla creazione l’autore ha la possibilità di vedere con più chiarezza cosa funziona e cosa no, e al tempo stesso può farsi stimolare dai danzatori. Al contrario quando l’autore è anche protagonista il rischio è quello di non trovare il giusto equilibrio, che nella maggior parte dei casi è frutto di un percorso di confronto e contaminazione con lo sguardo e le azioni altrui. Un limite che può essere affrontato a partire da linguaggi e identità artistiche diverse: nella danza contemporanea i metodi di creazione e le scelte coreografiche variano talmente tanto da autore a autore che è difficile immaginare uno standard di riferimento. Anzi è proprio la sperimentazione, intesa come possibilità di cambiare le carte in gioco, ciò che accomuna la varietà di esperienze che vediamo nel panorama contemporaneo. Niente di strano quindi se le quinte sono vuote e l’autore è protagonista della scena.

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