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DOC 1 / Intervista a Matteo Bittante Quando i tubi danzano

February 7, 2017

 

Matteo Bittante in scena a Exister e MilanOltre, ma non solo: la danza tra ideazione, pratica e insegnamento.

 

Conosciamo tre lati di Matteo Bittante: il danzatore, il coreografo e l’insegnante. Quale di questi soddisfa maggiormente le sue esigenze artistiche?

Sono modi diversi di esprimersi. È come dire: dolce o salato? Dipende anche dal tempo che passa, all’ inizio avevo più voglia di danzare tutto. Adesso danzo ancora, ma scelgo io cosa. La coreografia è un’esigenza e l’insegnamento mi dà modi di introdurre i giovani danzatori a un tipo nuovo di corporeità, con soddisfazione.

 

Che metodo usa per portare avanti le sue creazioni?

Parto da una ricerca approfondita: specialmente attingo da fonti filosofiche, continuando a tenere gli occhi aperti su altri stimoli. In particolare ho un quaderno dove appunto ogni stimolo, per lo più visivo. È capitato che a volte io stesso non capissi cosa avessi scritto, preso dalla fretta. Anche il tempo è importante per lo sviluppo del lavoro e porta dei cambiamenti nel progetto.

 

Come ha trasmesso il suo messaggio ai danzatori?

Non ci sono ancora riuscito a fondo, l’esperienza è la chiave per capire certe sensazioni e loro, essendo giovani, ancora non hanno tutta l’esperienza che servirebbe. Questo è il bello di lavorare con i giovani, ci si influenza a vicenda e si crea un legame utile per le loro prossime esperienze. Mi piace insegnare loro ad approcciarsi a un tipo di movimento vero, non inutile.

 

Parliamo dello spettacolo Inside, presentato a Exister: i tubi sono delle macerie, fisiche-morali-mentali. Come nasce la scelta di quegli oggetti?

All’ inizio dovevano essere cubi sui cui proiettare, poi per motivi logistici ho pensato a tubi di un materiale in grado di interagire con proiezioni e danzatori. Essendo i tubi imprevedibili nel loro movimento, ho chiesto ai miei danzatori di comportarsi nello stesso modo, sperimentando senza riferimenti spaziali, stando attenti contemporaneamente a memorizzare i momenti chiave delle uniche luci attive in scena, le proiezioni.

 

Il divino è un insieme bianco e asettico, che assiste senza trasporto emotivo. Qual’è la sua idea di divino?

Quello di Inside è un divino distaccato, guarda e agisce senza essere invasivo. Lancia dei messaggi e lascia che vengano colti o meno. Così rimane quel margine che permette talvolta di fare scelte sbagliate. L’artista, in quanto sensibile, è più vicino al divino.

 

Escapin’ Timelandia presentato a MilanOltre affronta invece un tema legato all’attualità. Crede che l’arte possa portare a un cambiamento sociale?

Sì, o almeno dovrebbe essere così. Non tutti possono cogliere il messaggio dell’artista, sta a persone più sensibili suggestionare gli altri e innescare una reazione  a catena che porti  al cambiamento.

 

 

 

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