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DOC 2 / Charron, sono tuo padre

May 10, 2017

Una spessa coltre di fumo inonda la platea del CRT Teatro dell’Arte di Milano. Attends, Attends, Attends... (Pour Mon Père) sta per iniziare

 

 

Le nuvole bianche si muovono creando figure che nascono e muoiono fluttuando nell’aria e portando gli spettatori in un mondo altro, lontano e lisergico. Alta è l’aspettativa di fronte a uno spettacolo creato per un solo performer dal tanto discusso Jan Fabre, l’artista che ha sconvolto i teatri di tutto il mondo con la regia di Mount Olympus (e non solo): durata 24 ore, in scena 27 interpreti. Una grande responsabilità pesa sulle spalle di Cédric Charron, storico danzatore della Troubleyn: i movimenti che sembrano spesso gratuiti e la mancanza di incisività nei testi lasciano il performer nelle sole mani della propria forza scenica e interpretativa. In gioco c’è un tema delicato, ovvero il viaggio finale di un padre traghettato dallo Charron-Caronte verso il mondo dei defunti. Il figlio non è pronto a lasciarlo andare, lo vede di spalle e gli paga le diverse fermate con monete d’argento. Il percorso si svolge con la stessa sequenza di azioni: movimenti danzati durante il tragitto, monologo al microfono appena raggiunta la fermata, offerta al padre dell’obolo per “cantare il suo desiderio” successivo. Peccato che questa ripetizione, invece di far scattare emozioni, si riduca a un pacchetto di immagini prive di forza. Allo stesso modo i testi, anche quando recitati con urla ad effetto, rivelano la loro debolezza contenutistica. Nella danza ritroviamo svariati cliché dell’immaginario di Fabre: il performer si trasforma in felino, in un viandante stanco supportato solo dal proprio bastone, in un essere umano che adempie ai propri bisogni sessuali (come poteva mancare d’altronde?), in un figlio che parla desolato a un padre sempre più evanescente. Unica scossa sorprendente arriva nel momento in cui la drammaturgia sbatte in faccia al pubblico che il tanto compianto padre non è altri che Fabre stesso, dio dell’interprete che ha creato a propria immagine e somiglianza. Il senso di vuoto permane tuttavia fino alla fine, quando il fumo si dissolve – insieme allo spettacolo – così come è comparso, mentre Charron con un brillante trucco fonetico finale esplica il proprio (ovvio) ruolo di Caronte. Forse che questo rifugio di Jan Fabre in una pièce tanto moderata riveli un sentore di estenuazione nel mettere alla prova le capacità cognitive e di sopportazione del proprio pubblico?

 

ATTENDS, ATTENDS, ATTENDS... (POUR MON PERE) I di Jan Fabre I con Cédric Charron

 

 

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