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DOC 2 / Le sabbie mobili di Pinocchio

May 10, 2017

Siamo al Piccolo Teatro Strehler di Milano, in scena per la regia di Antonio Latella una delle favole più conosciute degli ultimi cento anni, Pinocchio, di Carlo Lorenzini, in arte Collodi.

 

 Photo by Brunella Giolivo

 

Sul palco il tavolo da lavoro su cui nascerà il burattino, una vecchia macchina del tuono e soprattutto un gigantesco tronco mobile, a simboleggiare il celebre naso di legno o forse (si scoprirà in corso d’opera) qualcosa di più inerente alla sfera dell’eros. La scenografia può dunque sembrare cruda, essenziale nella sua concretezza, ma l’incessante cadere, come neve, di piccoli trucioli di legno dona un volto fiabesco, eccezionale nella sua dolcezza, all’interpretazione di Latella. Ed è forse proprio l’equilibrio tra favola e realtà il centro della sua messa in scena: Antonio Latella ci mostra un Pinocchio con addosso il legnoso fardello – il ceppo che si rivelerà poi essere nient’altri che il suo alter ego, Lucignolo – di essere un “bambino-burattino” euforico e affamato. Il naso di Pinocchio infatti, più che per le bugie, si allunga e si accorcia per la fame, per l’insoddisfazione, per la costante ricerca di accettazione da parte degli adulti. Il viaggio di Pinocchio avviene su diversi piani simbolicamente connotati ed è caratterizzato dall’incontro con differenti personaggi, più o meno vicini all’originale di Collodi: da Mangiafuoco ai personaggi della Commedia dell’arte, dal Grillo parlante alla Fata Turchina, rappresentante di una maternità ambigua, con riflessi cupi, persino mortiferi. E ancora: il Gatto e la Volpe, il Paese dei Balocchi con musiche martellanti e la trasformazione di Pinocchio in asino, umiliato psicologicamente e sessualmente. Insomma: un turbinio di simboli e personaggi, di parole destrutturate (“ma-ma..ma.. mamma!” esclama a più riprese Pinocchio), e loop verbali (il Grillo che scandisce i km) fino all’assordante suono prodotto dalla lastra metallica della macchina del tuono. Elementi molteplici e sovrabbondanti che appesantiscono (come il ceppo Pinocchio si porta appresso) la già lunga durata della rappresentazione: difficile uscire dal teatro senza pensare di essersi persi qualcosa, un po’ insoddisfatti e frastornati, quasi accusati nella nostra impotenza, dal quel tronco che, nel finale, penetra il sipario e sfonda la quarta parete, puntando minaccioso sulla platea.

SGUARDI #1 PINOCCHIO | di Antonio Latella

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