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DOC 2 / Nel girone della Dante, tra Michelangelo e Schiele

Al Piccolo Teatro Strehler il pubblico viene accolto da un cerchio di saltellanti attori: quattordici individui (sette uomini e sette donne) che con la loro perfetta sincronia militare e con i loro movimenti, quasi a esplorare lo spazio scenico, attirano da subito l’attenzione degli spettatori.

 

 Photo by Masiar Pasquali 

 

Il legame che i performer creano tra scena e sala è fortissimo e sottolineato dalla luce, che illumina indistintamente palco e platea. Stessi movimenti, uguale ripetizione, un solo respiro. Il gioco collettivo viene interrotto dalla prima temeraria “bestia di scena” che ha il coraggio di affacciarsi sulla ribalta iniziando a spogliarsi, forse accaldata dagli esercizi, le camminate e i movimenti appena conclusi. Corsa dopo corsa il gruppo si scioglie e si ricompone, fino a lasciare libero il centro del palco e allinearsi piano piano nell’angusto proscenio. Qui i corpi si placano e la nudità arriva pacata e leggera, quasi timida. Non un ginocchio, una mano o uno sguardo simile all’altro. Imbarazzati i performer si coprono i genitali: i corpi diversi sono accomunati dagli stessi gesti. La calma apparente viene rotta da uno dei primi meravigliosi elementi di disturbo, rumori o oggetti che verranno ‘lanciati’ in scena durante tutto lo spettacolo: una piccola tanica d’acqua legata a una catena diventa pretesto per fare del gruppo una comunità, che solidale si copre vicendevolmente le ‘vergogne’ durante la bevuta. Uno a uno gli attori tornano sul proscenio e ogni volta che un oggetto miracolosamente spunta dalle quinte è un affannoso andirivieni, alla ricerca di qualcosa di invisibile oltre  la scena. Questi numerosi stimoli a cui vengono sottoposti i ‘primitivi’ interpreti diventano, grazie all’uso e all’interpretazione che ne fanno gli attori stessi, richiami a temi sociali del tutto attuali: convenzioni e costrizioni, canoni e istinto animale (ormai represso e quasi sparito), estetismo ed erotismo. Ed è proprio uno di questi argomenti a regalare una delle immagini più affascinanti dello spettacolo. Dopo lo scoppio di alcuni petardi il tema della paura emerge prepotentemente: davanti ai nostri occhi si apre un affascinantissimo e ipnotico inferno michelangiolesco, dove a governare è il chiaroscuro dei corpi colpiti dalla luce. Con questa immagine ancora negli occhi ritorniamo a indagare la scena che si trasforma nuovamente: questa volta corde tremolanti calano dall’alto alcune scope e la scena intera sembra quasi un richiamo alla pittura di Schiele, un’animazione del suo Nudo femminile del 1910. Ma non è questa l’ultima delle suggestioni che la Dante ha pensato per le sue Bestie di scena. Dopo aver indossato tutte le maschere richieste dalla regista, i performer, sul finale, rimangono nudi sul proscenio. Qualcosa è cambiato in loro: non hanno più paura di mostrarsi, hanno imparato, anche senza difese, a fronteggiare il pubblico, che, a sua volta, si riflette in loro. Crolla il personaggio, crolla la finzione. Le cannonate di vestiti che invadono la scena non li smuovono di un passo, sicuri di non volersi più coprire per abbandonarsi alla verità.

 

BESTIE DI SCENA | di Emma Dante

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July 5, 2019

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