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DOC 2 / Roberto Latini, uno nessuno e centomila

Al centro della scena il performer e un’armatura seduta su una sedia a rotelle conversano, quasi fossero due anziani in un salotto, della vita e della morte che essi stessi incarnano. Così si conclude Amleto+- Die Fortinbrasmaschine di Roberto Latini, in scena al Teatro Litta di Milano.

 

 Photo by Fabio Lovino

 

Riscrittura di una riscrittura, il testo è liberamente ispirato a Die Hamletmachine di Heiner Müller, opera a sua volta influenzata dall’Amleto di Shakespeare. Latini sul palco è “pirandellianamente” uno, nessuno e centomila, passando da un ruolo all’altro quasi senza che lo spettatore se ne accorga. È Amleto, Ofelia, re Claudio ma contemporaneamente è anche Roberto che, con l’utilizzo della terza persona singolare, non recita una parte ma porta il proprio pensiero e la propria esperienza nella creazione del personaggio. Lo spettacolo è ricco di citazioni dei grandi registi avanguardisti che frastornano ed esaltano gli spettatori: dagli elementi estranianti del teatro politico di Brecht alla crudeltà di Artaud per finire con le marionette di Kantor. Un fortissimo flusso energetico creato dall’attore che agisce con estrema vitalità sulla scena, coinvolge imprescindibilmente il pubblico nell’azione, come se fosse un rituale a cui tutti partecipano attivamente. Tuttavia le ricercate scelte drammaturgiche rendono lo spettacolo di difficile comprensione se non si è a conoscenza delle opere alle quali il regista fa riferimento. Ogni elemento che si presenta sulla scena è indipendente e ha una storia da raccontare, come la “spada di Damocle” che pende, non soltanto metaforicamente, sopra la testa dei personaggi al centro della scena o il candido abito DANCE ON CRITICS Trimestrale del laboratorio di visione e scrittura critica di DanceHaus N°2 • Aprile 2017 che il performer, sospeso su una piattaforma aerea, stringe – è Ofelia o forse il suo spirito che, esposto all’aria emessa da un grosso ventilatore, svolazza fino a poi cadere nel silenzio. Così è continua la fatale alternanza di vita e morte, essere e non essere, l’uno vincolato all’altro. Ecco che il defunto re Amleto fa il suo ingresso rappresentato da un altoparlante col quale l’autore dialoga cercando un approccio anche fisico. Latini si sposta da un microfono all’altro come in un continuo divenire e la sua stessa voce, calda e graffiata viene amplificata, distorta e alterata. Il testo perde di significato per lasciare spazio al suono che prende corpo davanti agli spettatori.

 

AMLETO+DIE FORTINBRASMASCHINE | di Roberto Latini

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