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DOC 2 / Una favola per dire addio alle favole

Fare un figlio non vuol dire amarlo, rivela Geppetto a Pinocchio. Una scena di crudo realismo, quasi cinematografica conclude la sconvolgente riscrittura del regista Antonio Latella del famoso romanzo collodiano, in scena al Piccolo Teatro di Milano.

 

 Photo by Brunella Giolivo 

 

Geppetto, serio, seduto a un tavolo, sta mangiando. Pinocchio entra in scena. È vestito di tutto punto. Non è più un burattino, ormai è un adulto e deve affrontare la realtà: suo padre non l’ha mai voluto, né gli ha mai voluto bene. Un Pinocchio “tutt’altro che per bambini”, recitano le note di regia. Il merito di Latella è proprio quello di aver scovato il lato più vero della favola, presentandone gli aspetti più profondi e contraddittori, che fanno parte della nostra quotidianità. La storia di Pinocchio è infatti quella di ognuno di noi: è il racconto di come si cresce e si diventa adulti, abbandonando ogni fantasia infantile per guardare in faccia la realtà così com’è. Al contrario, all’inzio dello spettacolo, tutto è magico e fantastico: Pinocchio ‘nasce’ sul tavolo di Geppetto in un’esplosione festosa di trucioli. Fin dall’apertura della pièce emerge il delicato e complesso lavoro degli attori. Ognuno di loro non è un semplice esecutore: attraverso l’esplorazione delle possibilità del corpo e della voce, ogni attore crea con maestria un proprio, irrepetibile personaggio. Christian La Rosa dà vita a un Pinocchio esuberante, iperattivo che grazie all’energia esplosiva dell’infanzia trasforma tutte le storture della vita in giochi e capovolte. Balbetta, come un bambino che impara a parlare, usa un linguaggio fatto più di suoni che di parole e sembra incapace di trattenere la sua energia. La storia di Pinocchio è quella di un viaggio iniziatico verso la vita, attraverso il dolore e la morte: il burattino si trova ben presto a fare i conti con la fame insaziabile, con la solitudine, con i sensi di colpa. Così la vicenda precipita fino al momento decisivo della sua impiccagione. Tutto cambia, le luci diventano fredde. Siamo nell’oltretomba simboleggiato dai grandi e maestosi uccelli impagliati. L’esperienza della morte della fata Turchina cancella definitivamente il lato infantile di Pinocchio. E infine, tutta la fantasia della prima parte è risucchiata dal buco nero della scena finale, geniale intuizione del regista napoletano. La cruda realtà prende il sopravvento sulla favola. Prima o poi, come Pinocchio, si diventa grandi, si abbandonano i giochi infantili con cui i bambini si nascondo la verità per costruirsene una migliore: anche noi spettatori siamo chiamati a tavola, seduti composti e vestiti da adulti, a guardare in faccia la realtà.

 

SGUARDI #2 PINOCCHIO | di Antonio Latella

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