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DOC 3 / Intervista a Tindaro Granata, Edoardo Ribatto, Francesca Porrini - Ifigenia in sala prove

July 19, 2017

 

 Come è nata l’idea di lavorare su un classico come Ifigenia in Aulide?

TG: Siamo partiti dalla lettura del testo di Euripide e da lì, attraverso un lavoro di ricerca collettiva, abbiamo creato vari collegamenti con altri autori. Attraverso i testi di René Girard e ricercando vari materiali sulla riscoperta del mito classico nella contemporaneità, si è arrivati a eleggere questa tragedia di Euripide come emblema del concetto di classico. Ifigenia è un pretesto per parlare di tutto ciò che è successo e che succede tuttora nella storia dell’uomo: la violenza generata da violenza e che genera violenza, e il tentativo di trovare un capro espiatorio. Il nostro compito è quello di reinterpretare la tragedia, responsabilizzando i personaggi: è Agamennone che, per rimanere al comando della sua città, decide di sacrificare la vita di sua figlia, e non il volere o meno degli dei.

 

Avete scelto di rappresentare la sala prove di una tragedia, perché?

TG: Carmelo voleva mostrare ciò che di misterioso c’è all'interno del processo di creazione teatrale. L’idea è quella di far capire il meccanismo che sta dietro alla messa in scena, ovvero di rivelare una componente molto intima e personale, che per noi attori è ormai scontata, ma non per il pubblico. Questo continuo straniamento brechtiano, la “sospensione del tragico”, serve allo spettatore per rielaborare ciò che sta guardando e comprendere che il teatro non è solo testo e attore, ma vive grazie a tutto ciò che lo circonda.

 

Considerando questa particolare recitazione, didascalica e descrittiva, come è stato articolato il lavoro di interpretazione e di impostazione dell’attore?

FP: Il mio ruolo, insieme a Caterina Carpio, è quello del coro: un coro a due voci chiamato a rappresentare la voce del popolo, con una profonda riscrittura del testo. Abbiamo lavorato molto sulla creazione di immagini ad effetto (come l’uso dell’hula hoop o dei vestiti gialli infantili) e sull'ipnosi.

ER: Lo spettacolo è un continuo “entrare/uscire” dal proprio ruolo. Ho concentrato tutto il mio lavoro sulla contraddizione. Siamo cresciuti e viviamo in una società che ci insegna e ci impone il principio di “non contraddizione”. Il compito dell’arte, qualunque essa sia, è quello di disintegrare questo principio. I lavori più forti, più funzionanti, nascono in realtà dall'incontro/scontro tra due cose apparentemente lontanissime. Questo è stato il più grande insegnamento che Carmelo mi ha donato: creare ogni sera un diverso cortocircuito nel mio personaggio.

TG: Io non ho una formazione accademica e Carmelo aveva bisogno di un attore che potesse portare in scena la semplicità e il rapporto diretto con il pubblico. La difficoltà più grande è stata riuscire a mantenere questa qualità semplice utilizzando però un linguaggio ‘arricchito’. Mi ricordo quando Carmelo mi ha chiesto per la prima volta di ‘non recitare’, io ho risposto “Posso farlo solo se sento il pubblico vicino a me”. Così è stato: ho cercato una strada diversa per poter fare il lavoro dell’attore.

 

 

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