© 2025 DHPIù

Maggiori informazioni

DOC 3 / Lucia Calamaro, sul baratro della memoria

 

Simona è morta di recente, per una malattia. Eppure eccola lì sulla scena a preoccuparsi che il marito (Riccardo) e la figlia (Alice) abbiano per sempre un ricordo nitido di lei. Che sia spirito o ricordo, non importa: importa la sua presenza, il suo essere motore per riflessioni, ragionamenti, dialoghi, parole. È un universo al rovescio quello con cui Lucia Calamaro torna sul tema della morte: lo testimoniano le biglie scure che si stagliano come stelle sul linoleum bianco del palco del Franco Parenti, prospettiva ribaltata in cui non mancano però semplicità e ironia.

La scena minimale e candida è infatti invasa dai colori del denso testo scritto dalla stessa Calamaro, una drammaturgia resa estremamente scorrevole grazie alla particolare sensibilità dei suoi interpreti capaci di coniugare personaggio e vita privata, autobiografia e riflessione su temi universali. Recitano un ruolo ma sono autentici, tanto da mantenere anche nella finzione scenica i propri nomi reali. Simona Senzacqua è bravissima a trovare nella sua sottile ironia note di estrema amarezza: alla sua recitazione si contrappone quella sempre spumeggiante di Riccardo Goretti e quella più votata al dramma di Alice Redini. Sorprende ed emoziona, alla fine del secondo atto, il suo pianto, quando invita addirittura sul palco una spettatrice a testimone del suo dolore: il rischio però è quello di reiterare troppo, nell'arco dello spettacolo, il lacrimevole, risultando alla lunga un po’ stucchevole. E forse proprio a causa di questa inclinazione il suo personaggio, tra gli altri, risulta quello meno sfaccettato: il suo ruolo appare quasi esclusivamente funzionale alla narrazione e a delineare meglio il rapporto tra i due coniugi. È proprio la capacità della Calamaro di descrivere l’autenticità di questa relazione (mai) interrotta a fare da perno al lungo racconto.

Il dramma realissimo della rielaborazione del lutto cala sullo spettatore celato da battute, infarcito di bisticci quotidiani e soprattutto di amore, un amore incapace a rassegnarsi a qualunque temporalità. E mentre vediamo Goretti inscatolare gli oggetti della moglie per dimenticare e iniziare una nuova vita, vengono in mente le parole di Tadeusz Kantor quando parlava di imballaggio per proteggere un ricordo e per rendere quasi immortale qualcosa di caro come la memoria. Sulla via del rientro ci si rende conto di essere sia Simona sia Riccardo:

chi di noi non ha paura di perdersi nel baratro della memoria? Ma chi, dopo tanti anni dalla perdita di un caro, lo ricorda ancora nitidamente senza romanzare, almeno in parte, ciò che ha vissuto?

 

LA VITA FERMA

di Lucia Calamaro

Please reload

Recent Posts

July 5, 2019

Please reload

Archive
Please reload

Please reload

Follow Us
  • Facebook Basic Square
  • Twitter Basic Square
  • Google+ Basic Square