DOC 3 / Evocazioni dorate: i corpi eterei di Virgilio Sieni


Un cerchio di foglie d’oro. Un suono lontano e vibrante. Questi sono gli elementi scenici che accolgono il pubblico al CRT di Milano dove va in scena Cantico dei Cantici di Virgilio Sieni. Il suono inizia a farsi presenza; un corpo s’inoltra nello spazio dorato, illuminato da una luce soffusa. Il suo stendersi sulla superficie sembra quasi richiamare le figure bidimensionali di Klimt e i suoi sfondi d’oro.

La platea viene avvolta da un’atmosfera rituale, aspetto enfatizzato dai suoni che conducono ulteriormente il pubblico nell’ambiente rarefatto della pièce. I sei danzatori iniziano a entrare lentamente nello spazio luminoso; sembra si immergano in una pozza d’acqua sacra e, man mano che la luce prende corpo sul palco, si inizia a scorgere il resto della scena, che rivela la presenza di un contrabbasso, origine di tutti i suoni che fanno vibrare il corpo fisico del teatro. Particolarmente attratti dal suolo, i performer scivolano e roteano in questo spazio circolare, percorrendone ripetutamente tutti i possibili segmenti. Tutto è molto (forse troppo) delicato e ovattato: dalla penombra molto insistente, al colore dei costumi che fa spiccare l’incarnato.

È una mostra d’estetismo: tutto appare etereo e ipnotico e il movimento, che sembra non andare mai così in profondità, disegna nello spazio forme e traiettorie. Un vortice quieto di gesti che fa perdere in parte il legame col tema e con le Sacre Scritture; la pièce sembra quasi svuotata dei contenuti. La ripetitività è molto presente, se non per qualche attimo fugace, ed è difficile per lo spettatore leggervi una drammaturgia, che non sia quella del gesto. Nella stessa calma con cui è iniziato, lo spettacolo finisce lasciando il ricordo dei percorsi compiuti nello spazio e nient’altro se non l’intensa e magnifica vibrazione dello strumento nel corpo degli spettatori, che suona come un ricordo lontano.


CANTICO DEI CANTICI

di Virgilio Sieni

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