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Tra silenzio e rumore

April 12, 2018

 

#intervista

 

Quattro domande a Erika Silgoner

Da dove nasce l’idea di dare vita allo spettacolo 4 John?
Ho deciso di realizzare questo spettacolo a partire da un incontro ‘acustico’ avuto con John Cage qualche tempo fa, seguito poi da un’analisi dettagliata sulla sua vita. È il titolo stesso, 4 John, a rivelare come il mio spettacolo sia, in tutto e per tutto, un omaggio a lui, anche se nello spettacolo la musica di Cage è in qualche modo in secondo piano: ce n’è pochissima, solo tre pezzi. Ad affascinarmi sono state le sue idee sul silenzio, sul suono inatteso, sui rumori. È stata la sua concezione sull’uso dei corpi a interessarmi di più, così ho deciso di seguire questa via.
Lo spettacolo è alternato da lunghi silenzi, voci dei personaggi a cui, solo raramente, si uniscono brani registrati, che, tra l’altro, sono per lo più interviste. Come hai impostato questo lavoro?
Personalmente amo molto coreografare sul silenzio, sul rumore dei corpi. Il mio è un lavoro basato sull’ascolto e ho cercato quindi di tradurre in scena quello che è il mio approccio-base alla danza. In sala prove cerchiamo di amalgamarci: gli input provenienti dalla regia si uniscono con quelli dei danzatori. Sono importanti le reazioni, cercare di riconoscerle, sentire i momenti di necessità di silenzio e quelli in cui invece è giusto parlare. Le cose vanno come in una conversazione e, nonostante sia un dialogare sullo stesso argomento, ogni volta che questo scambio prende vita, lo fa sempre in maniera diversa.
Durante la visione il pubblico ha avuto modo di manifestare apertamente il proprio divertimento; credi il riso sia un elemento essenziale del tuo lavoro?
4 John si basa anche sull’ironia: trovo sia una chiave interpretativa affascinante. Spesso in uno spettacolo viene più facile lavorare sul dramma, sulla tristezza, grazie a una ricerca che oltre ad essere più approfondita è forse anche più ovvia: iniziamo a piangere nel momento in cui nasciamo e facciamo altrettanto quando una vita finisce. Personalmente trovo però che la risata sia più interessante e più inesplorata del pianto e quindi anche più difficile da rappresentare: è una sfida intrigante! Ai mie danzatori chiedo di sentire che tipo di atmosfera c’è tra il pubblico, di osservare i visi delle persone, di cercare di cogliere l’attenzione o la sua mancanza. Chiedo di lavorare nell’onestà, che è l’unico modo per provocare una reazione, a cominciare dal riso.
Lo spettacolo si conclude con la parola “cultura” inserita in due vignette; cosa voleva trasmettere quell’immagine?
Nell’ultima “esposizione” i fumetti in scena sono un richiamo a ciò che si sente: nel caso specifico la voce di John Cage che parla con un suo amico. La loro era una sorta di discussione ironica sul tema della cultura: i due parlano dell’arrendersi, di diventare accoglienti anche nella mollezza dell’esistenza: cedono alla negatività della vita ma solo attraverso l’ironia.
Qual è la qualità corporea che cerchi in un danzatore?
Mi piacciono i corpi disponibili a essere scritti e poi ricancellati, mentre non amo le strutture rigide, già ‘stabilite’. Il mio lavoro di indagine si concentra sulle possibilità meccaniche del corpo: seguo e analizzo i suoi dettagli, utilizzo l’improvvisazione ma anche il lavoro fisico e muscolare per vagliarne le capacità. Con ogni danzatore cerco di toccare quante più direzioni possibili, al fine di avere più ‘parole corporee’ possibili per la comunicazione.

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