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Anticorpi, la danza dell’animo umano

January 18, 2018

#focus

 

Delle arance e uno spazio completamente bianco concludono la terza serata del festival Exister. I padiglioni di DanceHaus, dopo il primo Dance Meeting, si sono trasformati in spazio scenico, ospitando tre giovani artisti del circuito Anticorpi XL (il network di sostegno della giovane danza d’autore). Con tre creazioni completamente diverse (Fray, Kokoro, Questo lavoro sull’arancia) i coreografi hanno lasciato l’eco di un fil rouge: la natura dell’animo umano.
In Fray un ragazzo, totalmente vestito, mostra alcune parti del suo corpo sotto un fascio di luce che sembra quasi provenire da una navicella spaziale. Avvolto in una spirale di radiografie, unica scenografia della perfomance, i suoi movimenti lenti e frammentati si fanno sempre più veloci e caotici in un climax ascendente, destina- to però a esaurirsi del tutto senza lasciar traccia. Poco dopo l’atmosfera sembra cambiare totalmente di segno: è tempo di Kokoro e nello spazio vuoto c’è un corpo completamente nudo, capovolto e di spalle. È quello di Luna Cenere, interprete e personaggio scenico, vibrante e dal fascino ipnotico. I suoi movimenti sono quasi impercettibili, l’aria è resa liquida dalla sua passionalità animale; lo spettatore affonda in acque sempre più profonde: la danzatrice è una medusa, elemento acquatico primitivo, come preludio di umanità che evolve, fino a camminare sulle proprie gambe. Ultimo cambio di scena, variazione di percorso. In un bianco quasi irreale Marco Chenevier propone al pubblico un gioco, ispirato al teatro politico, di cui una voce meccanica ci spiega le regole. Un tecnico, per osservare che le norme vengano rispettate, rimane nello spazio scenico in cui due performer alternano entrate e uscite. A ogni spettatore viene consegnato un “welcome pack” contenente gli elementi necessari per giocare: un’arancia, una galatina, un foglio di carta ripiegato e uno accartocciato. Gli interventi, ai quali chi guarda è invitato a partecipare, sono sempre più invasivi, sia nei confronti del performer che in quelli dello spettatore stesso. Un’operazione scenica che ricorda da vicino le performance di Marina Abramovic e le possibilità di spingere il proprio corpo al limite, ma anche una riflessione sul potere che è possibile esercitare sull’altro attraverso le sfumature di sadismo e cattiveria che abitano in ciascuno di noi.

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