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Dalle Sylphidi a Jane Fonda

January 11, 2018

 

#intervista

 

Cinque domande ad Angelo Pedroni di ColletivO CineticO.

Come è stato scelto il cast per Sylphidarium?
Sylphidarium rappresenta un unicum nello storico di CollettivO CineticO: è il lavoro che ha richiesto il numero più alto di professionisti in scena. La ricerca degli interpreti è partita dall’esigenza di lavorare con quattro donne e quattro uomini con una fisicità atletica e infatti tutti i performer hanno alle spalle formazioni eterogenee, provengono dagli ambiti più disparati, dal mondo dello sport, dell’atletica, del canto.
Il lavoro è fortemente stratificato e ricco di riferimenti. Com’è l’accoglienza del pubblico, soprattutto di quello non addetto ai lavori?
Si tratta di un lavoro complesso, dai molteplici piani di lettura. Sicuramente è fondamentale considerare il rapporto con il balletto classico romantico, tanto che, per facilitare le cose, la prima parte è una sorta di legenda che descrive in modo quasi filologico i personaggi della Sylphide di Taglioni aiutando lo spettatore a fruire delle parti successive. In generale, il pubblico è bombardato da una serie di informazioni che aprono immaginari diversi a seconda del background di ogni spettatore.

Com’è nata la partitura musicale dello spettacolo e come vi rapportate, sul palco, alla musica dal vivo?
Le musiche originali di Francesco Antonioni sono state composte sui ‘fantasmi’ della Chopiniana mescolati con parti di musica elettronica. Abbiamo proposto a Francesco la sfida di lavorare con strumenti poco compatibili tra loro come il violino e la batteria. Ne è emerso qualcosa di inaspettato: ha saputo produrre musiche originali che aprono paesaggi sonori molto diversi ma ben amalgamati fra loro. La componente sonora è un elemento decisivo sul palco: la presenza della musica dal vivo cambia completamente il modo di vivere la performance, diventa un’energia aggiuntiva che crea un dialogo reale tra tutte le parti.

Come convivono all’interno della performance danza e sport? Sylphidarium nasce dall’esigenza di confrontarsi con la tradizione del ballet- to romantico e di riflettere sul valore della danza, mettendone in scena il “corpo tecnico”. In parallelo lo spettacolo riflette anche sul rapporto con lo sport, a partire dalla formazione prettamente sportiva degli interpreti fino ad arrivare all’ultima parte, una sorta di inno a Jane Fonda e al mondo dell’aerobica. L’aerobica è una specie di danza creata per sudare, che ha un fine prettamente estetico, e in quanto tale chiude il cerchio tra danza e sport.
Quali sono i riferimenti al mondo contemporaneo?
Sono molte le incursioni del contemporaneo. La prima parte, ad esempio, è stata concepita come una sfilata di moda. Non abbiamo preso come riferimento uno stilista in particolare, ma ogni personaggio era caratterizzato da uno stile preciso che lo distingueva dagli altri. La stessa sfilata si svolge all’interno di uno spazio preciso e ben delimitato che come una passerella è un limbo bianco che non copre l’intero palcoscenico. Un altro aspetto che lega la performance alla realtà (e quindi, in un certo senso alla contemporaneità) è che lo spettatore vede tutto ciò che accade in scena, anche ciò che di solito avviene dietro le quinte. Penso ai cambi-costume (in tutto 114) che avvengono ‘a vista’ tutti a lato dello spazio bianco. Un espediente che serve a non far perdere lo spettatore nell’artificiosità dello spettacolo e a ricordargli che sta osservando corpi di danzatori reale che si stanno preparando per la scena.

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