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Le metamorfosi di Enzo Cosimi

 

#perché sì di Chiara Carbone

 

Terzo capitolo di una trilogia dedicata alle passioni dell’anima e tributo a Franz Kafka, Thanks for hurting me della compagnia Enzo Cosimi ha debuttato al Teatro Franco Parenti nell’ambito del festival Exister. Protagonista della performance è il tema del dolore che permea e carica di forza espressiva ogni sequenza, mantenendo lo spettatore in un’attenzione costante e spasmodica. I rimandi al mondo degli insetti e i movimenti delle tre danzatrici, tra l’aggraziato e il grottesco, non possono che richiamare efficacemente la Metamorfosi. Sullo sfondo bianco di una semplice scenografia, ottimamente valorizzata dalle luci di scena, le ombre danzanti delle performer si sovrappongono ai movimenti compiuti dalle ragazze in carne e ossa, quasi sostituendosi ad esse. La loro è una variante coreografica, una trasfigurazione più oscura e impalpabile dello spettacolo che si sta svolgendo in scena. Cosimi però è abilissimo a non portarci “oltre lo specchio”: il suo intento è quello di affrontare la tematica della sofferenza dell’essere umano come stato inscindibile dalla dimensione fisica del dolore. Il corpo è allo stesso tempo strumento e linguaggio: i battiti dei talloni e gli schiocchi dei palmi delle mani diventano a tutti gli effetti parte del coinvolgente sottofondo sonoro del- lo spettacolo. È nel finale che avviene l’inaspettata, sorprendente metamorfosi: le danzatrici, in abito bianco (non più nero) e inondate di luce, sembrano perdere coscienza del duro percorso che le ha portate fin lì. I loro movimenti sono sì più eterei, ma anche, come Cosimi vuole lasciarci intendere, più inconsistenti. Lo spettatore non si limita ad assistere al percorso messo in scena ma vi prende intimamente parte.

 

#perché no di Diego Luinetti

 

Una scena essenziale dai toni neutri. Tre corpi femminili sensibilmente diversi tra loro in collant e reggiseno. Questi gli elementi che compongono il primo quadro di Thanks for hurting me, di Enzo Cosimi. Poi quei corpi iniziano a muoversi con gesti violenti, scatti che sono quasi spasmi epilettici, a ricostruire forse il ricordo di una violenza subita. L’alternanza di momenti di quiete e frenesia che ne deriva non riesce a sollecitare del tutto l’attenzione dello spettatore, il cui sguardo vaga incerto anche quando le danzatrici eseguono sequenze (simultanee ma non sincronizzate) a una distanza reciproca tale da non consentire al suo occhio di abbracciare la totalità della scena. In questa frammentazione visiva diventa difficile comprendere quale voglia essere il focus della performance, la cui tensione altalenante viene smorzata dai pur fluidi cambi d’abito (e scena). Lo spettatore è lasciato così in un limbo di incertezza, che si riflette anche nella seconda metà dello spettacolo quando più momenti sembrano sussurrare ingannevolmente la parola ‘fine’. Nonostante l’apprezzabilissima esecuzione dal vivo della fisarmonica chiamata a fare da colonna sonora, e le suggestive immagini video di una folla di spettatori a cui si alternano quelle di cruente uccisioni di bestie/insetti (forse il richiamo a una pubblica esecuzione) anche il comparto audiovideo sembra contribuire a questa confusione. Il violento impatto sullo spettatore non risulta infatti pienamente contestualizzato. Thanks for hurting me lascia, nel complesso, l’impressione di un’opera dal potenziale inespresso: un meccanismo perennemente sul punto di funzionare che non riesce però né a innescarsi, né ad esplodere del tutto.

 

Thanks for hurting me di Enzo Cosimi, visto al Teatro Franco Parenti, festival Exister

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July 5, 2019

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