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Le ossa, il corpo, le arance

February 1, 2018

 

#intervista

 

Due domande a Pieradolfo Ciulli.

Nella creazione del tuo spettacolo hai lavorato prima sulla scenografia o sulla coreografia?
Il lavoro in sala è nato dal desiderio della coreografa Olimpia Fortuni di lavorare con me. Il movimento e la scenografia si sono costruiti contemporaneamente: siamo partiti da una riflessione sul lavoro del danzatore oggi e sul suo rapporto con il tempo che passa. Così, insieme, abbiamo raccolto la testimonianza concreta di questa “usura” partendo da ciò che non si vede, ciò che è nascosto sotto la carne e comincia a scricchiolare: le ossa. Da qui è nata l’dea di usare in scena le nostre radiografie.

Quali sono gli elementi da cui è partita la vostra ricerca e quanto ha contato l’improvvisazione?
Olimpia è una coreografa che lavora molto sullo spazio e sugli ambienti scenici, su come anche l’aspetto cromatico di una scenografia possa contribuire a generare emozioni. Il movimento è, in un certo senso, un lento e continuo viaggio attraverso tutti questi elementi; allo stesso tempo il danzatore altro non è che il tramite per una riflessione sul corpo. Ogni replica è, in questo senso, uno spazio di ricerca. Certo quando danzo sul palco ho un ‘binario’ preciso da seguire, ma ho anche un ampio spazio per improvvisare. La difficoltà sta proprio qui: continuare a ricercare, pur avendo un pubblico che ti osserva, e quindi nutre un’aspettativa nei tuoi confronti. Quando la cosa funziona, il pubblico può godere di momenti di grande intimità.

 

Due domande a Luna Cenere.

Perché hai deciso di impostare la coreografia dando le spalle al pubblico?

Ciò che è andato in scena stasera è solo un estratto dello spettacolo. Nel lavoro completo le “metamorfosi” del corpo continuano fino a portarmi a compiere delle azioni in piedi e a svelare la storia di questo ‘essere’. Il tema non è legato tanto a una postura specifica, quanto alle azioni che compie il corpo in scena. Sin dal primo momento l’intenzione è infatti di far entrare il pubblico in uno spazio altro in cui il corpo assume una forma e una dimensione diversa pur restando evidente- mente umano.

Credi che attraverso un corpo nudo la comunicazione col pubblico possa essere più diretta?
Durante la fase di ricerca mi sono resa conto che le azioni che stavo creando non potevano che essere compiute da un corpo nudo. Il mio non vuole essere uno spettacolo il cui tema principale è la nudità, ma la celebrazione del corpo 
umano e di tutti gli elementi di cui è composto, siano essi naturali, culturali o psicologici. La mia intenzione non era nemmeno quella di essere diretta o esplicita ma di essere semplicemente coerente nel mio intento espressivo e nella ricerca drammaturgica. Sento di avere fatto un percorso molto onesto, anche se non facile: esporsi in questo modo è sempre un grande rischio.

 

Due domande a Marco Chenevier.

Perché hai scelto di lavorare sull’interazione e la partecipazione attiva del pubblico?
Lavorare e ragionare sul dispositivo scenico, sui rapporti di forza che genera, è stata più una necessità che una scelta: uno scrittore che considerasse scontata la scrittura, un pittore che trattasse forme e colori come dati acquisiti, sono, in un certo senso, artisti defunti. Nel nostro lavoro siamo partiti da due considerazioni: la tendenza da parte di una classe mediamente acculturata all’entertainment e la passività del pubblico. Queste sono le ragioni che mi hanno spinto a cercare un rapporto specifico con gli spettatori, un rapporto in cui, attraverso l’incontro con gli artisti e giochi “sornioni e sadici”, al pubblico venga restituita la sua autonomia di cittadino. Ogni gioco che portiamo in scena è infatti anche una sfida a “uscire” dalla massa, a esporsi e prendere delle decisioni morali. L’obiettivo non era quindi soltanto l’interazione e la partecipazione del pubblico (in questo caso si tratterebbe di un esercizio vuoto, simile a tante esperienze già sperimentate dal teatro di strada nel corso degli anni), ma il tentativo di recuperare un senso politico, riappropriarsi dello spazio pubblico e, allo stesso tempo, riflettere, dall’interno, sui rapporti presenti nel dispositivo teatrale.

Il titolo del vostro spettacolo sembra dialogare a distanza con quello del capolavoro kubrickiano, Arancia meccanica. È così?

Il riferimento al film di Kubrick è da intendersi in una dimensione simbolica: tutto ciò che facciamo, soprattutto su un palco, si pone su un piano di rappresentazione simbolica. Nel nostro lavoro recuperiamo molti spunti drammaturgici di Arancia meccanica e in particolar modo l’idea di “un meccanismo complesso nascosto da una buccia liscia e apparentemente innocua”.

 

Festival Exister, Pillole di Anticorpi, DanceHaus.

Fray di Olimpia Fortuni, con Pieradolfo Ciulli

Kokoro di e con Luna Cenere
Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier

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