© 2025 DHPIù

Maggiori informazioni

Quanto dura una tradizione?

February 15, 2018

 

#intervista

 

Due domande ad Alessandro Sciarroni.

Come nasce il tuo spettacolo FOLK-S?
Un giorno mi è stato regalato l’album Release the Stars di Rufus Wainwright: sulla quarta di copertina del cd c’è una foto del cantante, appoggiato a un camino, in abito tirolese. Da quella immagine ho cominciato a pensare a quanto la tradizione tirolese sia in realtà parte vivente del nostro presente e quindi contemporanea. Da lì ho iniziato a elaborare il progetto. Era importante conoscere ‘di persona’ una tradizione che non mi apparteneva, così sono andato in Trentino Alto Adige a respirare il paesaggio e incontrare una compagnia di danza tirolese. Dopo avermi mostrato alcuni balli, gli abitanti del piccolo paese di Terento (BZ) mi hanno spiegato che non potevano però tramandare i segreti della loro danza a chi non era nato nella loro comunità. Me ne andai deluso, ma deciso a non rinunciare. Così, qualche mese più tardi, dopo aver cercato di imparare lo schuhplattler grazie a diversi video su YouTube, siamo tornati con tutta la compagnia da questo gentile gruppo di altoatesini per fare “benedire” il nostro lavoro. In quell’occasione abbiamo compreso quanto, per replicare questa danza, fosse fondamentale il ritmo più che la perfezione dei movimenti.

Perché lo spettacolo non ha una durata fissa? Da che cosa nasce questa esigenza di stravolgere una consuetudine teatrale?

Fino a due settimane prima del debutto avevamo una coreografia vera e propria di circa cinquanta minuti. Io però non ero contento: avremmo portato in scena un lavoro su una danza antichissima, che le fonti fanno risalire intorno all’anno Mille; una danza che porta con sé un’energia archetipica straordinaria, che non era possibile trasmettere in uno “spettacolino ben confezionato”. Ho dunque pensato che la performance dovesse durare finché anche solo uno spettatore fosse rimasto in sala. La domanda di fondo che si pone lo spettacolo è: “Quanto dura una tradizione? Come finisce, se finisce, una tradizione?”. Non ci è dato sapere la risposta e non è certo l’intento di FOLK-S offrirne una, ma possiamo vedere come la tradizione sia tutt’oggi viva grazie alla sua continua trasmissione generazionale. È questo il motivo per il quale lo spettacolo non ha una durata fissa: questa danza durerà fin tanto che ci sarà qualcuno a guardarla, ma ancor di più qualcuno che la pratica: senza una di queste due componenti la danza, e dunque questa tradizione millenaria, è destinata a spegnersi per sempre.

In FOLK-S, che rapporto si instaura con il pubblico? La reiterazione dei movimenti è mirata a creare una sorta di sfida con lo spettatore o cercate piuttosto di coinvolgerlo in un’azione collettiva?

Il nostro obiettivo è prendersi cura di questa danza e farla durare il più possibile, insieme al pubblico. Non vogliamo instaurare alcuna sfida né con lo spettatore né tra i performer. Anzi il problema è contrario: spesso diventa difficile uscire di scena abbandonando gli altri, nonostante ci sia la consapevolezza di liberare parecchia energia che verrà usata da chi resta per riorganizzarsi e proseguire la danza. Non c’è una proposta provocatoria, semplicemente non mi piace il protocollo per cui a teatro non si trova mai il coraggio di alzarsi, ma si è costretti a rimanere fino alla fine dello spettacolo. Qui nessuno è obbligato a restare, però tutti sono obbligati a fare una scelta: rimanere o andarsene. È in quel determinato momento che si inizia a riflettere. Inoltre, grazie alla ripetizione e alla durata, il tempo teatrale si dilata e si trasforma in qualcosa d’altro, non ci si aspetta più di essere intrattenuti, ci si lascia solamente attraversare dalle immagini.

Please reload

Recent Posts

July 5, 2019

Please reload

Archive
Please reload

Please reload

Follow Us
  • Facebook Basic Square
  • Twitter Basic Square
  • Google+ Basic Square