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Sguardi sul pubblico

March 30, 2018

#rubrica

 

C’è chi chiacchiera con il vicino, chi fino all’ultimo guarda a intermittenza lo smartphone. Io invece, a teatro, nell’attesa dello spettacolo mi ritrovo sempre a fare la stessa cosa: guardarmi intorno. Una leggera mania voyeuristica, la curiosità di capire chi siano, anche questa sera, i tipi umani con cui condividerò l’aria respirata. Sarà perché spesso vado a teatro sola, o perché, con i biglietti tappabuchi a prezzi stracciati per gli studenti universitari, capita di rado di trovare posto accanto ai colleghi. Fatto sta che in questi anni da spettatrice militante me ne sono successe parecchie durante i fatidici minuti d’attesa: dal ritrovare vecchie conoscenze di laboratori teatrali, all’attaccar bottone da parte di attempati signorotti pelati (spesso accompagnati da russe chilometriche e impellicciate), che, alla fine della breve conversazione, mi lasciano il biglietto da visita per ‘diventare miei editor’ (!).

Questa volta mi trovo al Teatro dell’Arte della Triennale. Sapendo che dovrò scrivere, già fuori dalla sala mi impegno a scrutare l’orizzonte in cerca di personaggi degni di nota: nulla di straordinario, solo un paio di borbottanti intellettuali con la peculiare divisa da “cara, la domenica ti lascio sempre sola per andare a teatro” e uno spilungone finto biondo (con ricrescita) che sfoggia una mise total red, coronata da elegantissima felpa targata Mickey Mouse. Entro nella sala piena poco più che a metà, in cerca di miglior fortuna, ed ecco che scopro che seduto al mio fianco c’è sempre lui, il biondo-con-ricrescita, mentre alle mie spalle c’è una coppia che commenta in francese precisamente ogni sette minuti e mezzo (saranno svizzeri?). Cerco di godermi lo spettacolo, un po’ intimorita dal non sapere a che ora finirà: la premessa di FOLK-S è appunto che la performance durerà finché pubblico e interpreti non decideranno di andarsene. Ma appena visto il genere di danze che mettono in scena (balli tirolesi e bavaresi fisicamente estenuanti), so che non tireranno le tre ore. Prima vittima, una ragazza del pubblico che scappa dopo neanche dieci minuti, aprifila di un’altra serie di altri spettatori che, poco alla volta, si defilano. Noialtri spettatori tenaci (e velatamente sadici?) restiamo, scommettendo tra noi e noi su chi sarà il primo danzatore a stramazzare a terra. Dopo una lunga attesa che vede la sala svuotarsi dei meno timorosi, uno dopo l’altro i danzatori iniziano a uscire di scena. L’atmosfera intima, in unione alle facce paonazze dei due performer superstiti, strappa anche qualche sincera risata nel pubblico. E finalmente noto lei: la ragazza asiatica poco lontano da me che dopo aver guardato il telefono per quasi tutto il tempo della rappresentazione, ha un’illuminazione. Prende il foglio di sala, ne scannerizza il testo (con qualche tecnologia digitale a me ignota) e lo incolla su un traduttore istantaneo. Finalmente sta per capire, in quelli che intravedo come ideogrammi, di cosa diavolo tratta lo spettacolo! È un attimo: si alza e se ne va. Da questa serata traggo una grande lezione di saggezza: prima di fare causa alla ditta è necessario leggere sempre il foglio illustrativo.

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