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Staarring: Marigia Maggipinto

March 22, 2018

 

#focus

 

"Daaon, daaon tac!” (Down, down tac!).
Parla Marigia Maggipinto, e per una a presa un po’ troppo larga, finiamo sbalestrati al di là dalle Alpi, in un punto imprecisato tra Essen, in Germania, e l’America. Se già suona curioso il suo linguaggio criptico per sostenere il beat, fatto di deviazioni dal retto corso dell’italian-english, ancora più inusuale è sentirle sulle labbra un italiano-italiano dai toni ‘angleschi’. Per comprendere questa koiné e la sua cadenza straniante – quasi che l’italiano fosse una veste portata aderente non più di molte altre – è necessario ripercorrere il suo percorso: Essen, dieci anni alla Folkwang Hochschule, diretta da Pina Bausch, della cui compagnia fa parte dal 1989 al 1999 e poi tre anni a Durham, Duke University, dove insegna nella facoltà dell’American Dance Festival (2003-2005).

Sarà forse per suggestione, o semplicemente perché siamo agli sgoccioli dei cinque giorni di workshop che Marigia tiene alle classi del secondo e terzo anno di Dancehaus, ma nelle sale dell’accademia sembra esserci un po’ di apprensione per l’attimo in cui questa danzatrice straordinaria finirà la sua atelier. Tra gli allievi, ciascuno si sforza ‘di portar via’ più che può, facendo tesoro perfino dell’idea che accompagna la fase di riscaldamento: “Assecondate la gravità e gli impulsi, senza alcuna tensione, and enjoy!”. Quello stesso “enjoy”, che Marigia ripete a più riprese nella successiva ora e mezza di esercizi alla sbarra, da pacifico augurio si fa ironico incoraggiamento durante gli esercizi più complicati. “Bisogna imparare a stendere le gambe, cosa tutt’altro che naturale, lavorare alle linee e alle spirali, raddrizzare la schiena: queste sono le basi anche della tecnica contemporanea!”. Si lavora sodo, con grande intensità: “Adesso sul lato destro, poi ancora sul sinistro!” Ma Marigia è anche una mamma chioccia, corre ai richiami dispensando sorrisi e si china soccorrevole per i chiarimenti.

Poi la parte fisica si interrompe, via le sbarre! Tra i partecipanti corre un palpabile sollievo, quanto meno per riguardo ai propri muscoli indolenziti. “Proviamo adesso a fare una cosa – riprende Marigia – io vi do un tema e voi improvvisate un movimento, che eseguite mentre viaggiate in diagonale, con velocità, impulsi ed energie diverse”.

Il tema è: mani che coprono o chiudono la bocca!
I ragazzi sfilano uno dopo l’altro, quasi impacciati a tutta prima, per le apparenti possibilità limitate del gesto. D’un tratto qualcuno si ricorda di quella “prassi degli impulsi” evocata poco prima quando dovevano correre dietro al proprio gomito impazzito; il corpo, quasi disarticolandosi, comincia a reagire alle sue stesse offensive: action and reacion. Il flusso intero del loro procedere acquista un colore, e così anche le parole sulla maglietta di Marigia: We dance in the memory of those we love (P. Bausch).

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