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Storia di una danza primordiale

March 28, 2018

 

#recensione

 

Quando al Teatro Franco Parenti si apre il sipario, il pubblico si trova immediatamente catapultato in un’affollatissima, claustrofobica classe di danza, quella dei quaranta performer di DanceHaus, che, con movimenti convulsi: geometrici ed iper-precisi, sembrano raccontare la soffocante perdita di umanità del mondo contemporaneo. A mostrarlo, in Wakening the sleeping beauty, progetto artistico firmato da DanceHaus e IED Milano, è la ripetitività di ogni gesto, il colletto della camicia, così stretto da togliere il fiato, il mare di spazzatura e di oggetti in cui sono immersi. Una sola cosa può salvarli da questa condizione: la rinascita di un reale rapporto con la natura, che restituisca all’uomo la coscienza persa. Il ricongiungimento degli uomini con la madre terra è però possibile solo con un rito, una funzione danzante che passi attraverso il sangue e l’essenzialità. È così che con l’arrivo della Natura, sul palco vediamo una serie di sequenze dalla chiara ispirazione liturgica, il cui fulcro è la vestizione della Natura stessa. Ogni gesto e ciascun oggetto utilizzato, sottolineano l’essenzialità di questo ritorno: dalla tempera rossa, metafora del sangue, fino al primo ballerino, che, a rappresentanza dell’umanità intera, si spoglia dei suoi abiti, per tornare alla condizione di nudità dell’umano nel momento in cui entra nel mondo.

Ecco allora che gli uomini, inizialmente immersi nella lotta e nel caos, possono riunirsi: le trincee di banchi rimangono solo uno sfondo sul palco e l’anelito, l’urlo doloroso e il sussurro soffocante, che fino a poco tempo prima lanciavano i danzatori, trovano finalmente risposta in una danza primordiale intorno alla terra, elemento unificante tra uomini, natura e le sue ninfe.

La sorprendente regia di Susanna Beltrami sceglie in Wakening the Sleeping Beauty di confrontarsi con il tema ambientalista: una questione forse non più originalissima sulle scene contemporanee ma sempre all’ordine del giorno. Interessante la scelta di esplorare il soggetto attraverso un climax crescente, che, oltre a non banalizzare l’argomento, riesce a restituire con estrema fluidità e coerenza, la spiritualità di questa ‘ascesa’. Una gradualità e un ordine crescente che vengono però sovvertiti in finale di performance: con uno stacco fin troppo netto (determinato dall’ingresso di tre danzatori che irrompono in scena nei loro splendidi abiti) ecco che torna a regnare un’immensa confusione. A differenza dell’inizio in cui al pubblico era data la possibilità di scegliere cosa guardare, o, al contrario, cosa nascondere al proprio occhio, ora la visione diventa scelta obbligata: nel palco popolato di persone, colori e movimenti, l’occhio si perde, tutto è visto ma nulla percepito. Sarà questo il ritorno a uno sguardo istintivo, in cui ratio e natura si fondono in un unico continuum indistinto?

 

Wakening the sleeping beauty, di Susanna Beltrami, visto presso il Teatro Franco Parenti

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