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Dentro alla macchina

April 23, 2018

#fondo

 

La presenza di dispositivi tecnologici a teatro, in un tempo in cui, nella vita di tutti i giorni, sono diventati la nostra principale forma di comunicazione, problematizza automaticamente la riflessione su qualsiasi spettacolo se ne serva: ci chiediamo se questi strumenti abbiano l’effetto di allontanarci o di coinvolgerci, di farci dubitare di quel che vediamo o di fornirci un documento a cui credere senza riserve.

 

Le risposte che ci vengono date dalle rappresentazioni raramente vanno in una sola direzione: Nachlass, che sostituisce al corpo dell’attore l’assenza di quel corpo (rimpiazzato da schermi, voci registrate, stanze “automatizzate” che non necessitano di qualcuno che apra la porta) sembra ridurre ai minimi termini la componente umana, ma, come in una seduta spiritica, ci mette in contatto con i morti più efficacemente di quanto farebbe la mediazione un corpo vivo, di cui percepiremmo l’inadeguatezza; Birdie, scopertamente centrato su temi attuali, che utilizza appieno mezzi che appartengono al cinema, in particolare al documentario, si allontana, attraverso un linguaggio poco mimetico e fatto di associazioni, dalla volontà di darci un’illusione di realtà o una possibilità di immedesimazione; Between Me and P., che racconta una storia molto intima, lo fa però senza la voce del suo protagonista, ma attraverso la mediazione di un computer con cui vengono scritte le frasi che compongono la storia, poi proiettate su uno schermo insieme agli elementi che formano un archivio di immagini, registrazioni, testimonianze che documentano e rendono presente una vita ormai svanita nel nulla (e ci chiediamo se questa storia sia vera e se farebbe differenza se non lo fosse, perché il meccanismo messo in scena resta “teatrale” al di là della verosimiglianza delle modalità usate per il racconto); Hearing, attraverso i mezzi tecnologici, crea confusione dei punti di vista e delle personalità, e allo stesso tempo riesce a far emergere le varie soggettività: la sensazione è quella, straniante, di essere trasportati in un altrove in cui non ci riconosciamo, ma la cui possibilità ci inquieta. Di tutti questi spettacoli, oltre alla stranezza, alla apparente freddezza, riconosciamo una certa vicinanza: siamo così abituati a guardarci da fuori che un meccanismo autoriflettente non ci sconvolge più di tanto, viene facilmente ricondotto alla nostra esperienza. Allo stesso tempo l’impressione dell’effetto contrario, ossia mimetico, dato dai filmati “in presa diretta”, non è scontato e non aumenta, di per sè, la realtà dello spettacolo (così come la storia vera che può esserne alla base non ne inficia l’artisticità e lo statuto di mondo separato dalla quotidianità: sentiamo, a priori, di non poter credere a tutto quello che vediamo proprio perchè siamo a teatro, qualsiasi sia il linguaggio utilizzato). Ma i dubbi rimangono, e nessuna performance di quelle citate sopra riesce a darci un solo punto di vista che non sia contraddittorio. L’impressione è che ognuna di esse, attraverso o nonostante i dispositivi tecnologici, abbia dipinto con più fedele problematicità il mondo così complesso che ci riguarda tutti.

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