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Il teatro dell'assenza

April 26, 2018

 

#recensione

 

Entrando nella sala del Piccolo Teatro Studio Melato per assistere a Nachlass dei Rimini Protokoll ci si trova spaesati: lo spazio, svuotato, ha lasciato il posto a una struttura composta da una sala centrale ellittica e otto piccole stanze, tra le quali lo spettatore è libero di muoversi. La sala che conosciamo sembra scomparsa: niente platea, niente palcoscenico, niente attori, forse addirittura niente spettacolo. Eppure siamo in un teatro ed effettivamente, a pensarci un attimo, di teatro si tratta. È uno spaesamento che, ultimamente, assale sempre più spesso lo spettatore: è difficile cancellare il sospetto che le nuove tecnologie stiano assalendo il “teatro tradizionale” fino a snaturarlo. Le riprese video si impossessano della scena mettendo da parte l’attore e costringono a chiedersi come si possa ancora parlare di teatro quando non sembra necessario. Forse occorre chiedersi più attentamente cosa vorremmo trovare. Gli ambienti di Nachlass sono stati tutti predisposti minuziosamente, collegati dal filo rosso dell’assenza e della morte, con una combinazione attenta di registrazione e video; vecchie foto, vasetti, candeline, mosche finte, scatoloni da trasloco sono stati sistemati come se qualcuno avesse appena smesso di viverci. La cura dei dettagli crea così uno spazio che è a tutti gli effetti una scenografia teatrale. A teatro, cerchiamo ancora, più o meno scetticamente, una storia: in Nachlass abbiamo addirittura otto narrazioni, una per ognuna delle stanze che sono state predisposte. Sono testimonianze così coinvolgenti, composte da registrazioni, video

e oggetti, che quasi dimentichiamo che potrebbe trattarsi di una finzione. Come spettatori vorremmo trovare sensazioni: sotto il planisfero proiettato sul soffitto della stanza principale, che simula i decessi avvenuti ogni istante sulla terra in tempo reale, nelle pause fra un racconto e il successivo, avvertiamo un lieve senso di disagio o di malinconia, come quando, al termine di un libro, ci rendiamo conto che non sapremo più nulla dei personaggi che stavamo cominciando a conoscere. E cosa ne è stato del fattore umano, dell’incontro che rende la performance ogni volta un evento unico e irripetibile? Qui gli attori mancano, ma l’opera vive comunque di infinite variazioni, perché è il pubblico a muoversi all’interno dello spettacolo, fra le stanze. Se avessi lasciato per ultima quella camera coi giochi di specchi? Se fossi entrata in quella che ricordava una moschea araba insieme al signore austero coi baffi? Se avessi perso il conto e ne avessi saltata una? Questa volta la presenza in carne ed ossa è data dagli stessi spettatori. Nachlass può sembrare un’installazione, ma non ne assume mai la meccanica impersonalità. L’incontro hic et nunc avviene, pur con modalità non tradizionali, come accade spesso ultimamente. Scomparso l’attore-intermediario, ci immergiamo più spontaneamente nella finzione. Se ci dimentichiamo di essere a teatro, d’altra parte, è più facile credere al patto teatrale e lasciarci coinvolgere.

 

Nachlass di Rimini Protokoll, visto al Piccolo Teatro Studio

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