Otto stanze e un testamento

#focus

Uno spettacolo in assenza, senza attori. Nachlass dei Rimini Protokoll offre un’esperienza diversa per ogni spettatore, che sceglie il percorso da seguire. Otto stanze, otto storie, otto personaggi raccontano se stessi e affrontano il tema della morte, accogliendoci nei loro spazi e lasciandoci ognuno un’eredità.


1. ANTICIPARE. Giocare di anticipo sulle degenerazioni celebrali per non vivere senza più ricordi, senza più sensazioni e senza più emozioni. Il professor Frackwlak sceglierebbe la morte. In questa stanza vieni messo di fronte a uno specchio che proietta te e proietta le facce delle altre persone presenti nella stanza. Il professore si racconta e poi gioca con le tue emozioni per farti entrare nella sua idea. Vedi te stesso, poi vedi un altro, poi non vedi più nulla ma sei vigile.


2. RISCHIO. Il signor Michael Schwery, come ogni fine settimana, si prepara per l’attività che caratterizza il suo tempo libero: il base jumping. Il rischio fa parte della sua quotidianità, praticare paracadutismo è come assaporare la morte ad ogni salto. Guardiamo il video proiettatato sotto ad una grata in terra, stando tutti attorno. Usciamo dalla stanza sulle note di una canzone di hard rock americano, degna di un “funerale jumper”. È come se avessimo vegliato la tomba di Michael, tenendo lo sguardo sempre fisso a terra, là dove lo si dirige durante i salti. Qualcuno può pensare che questo non fosse davvero l’ultimo lancio di Michael, qualcuno invece che è morto in uno dei suoi lanci per la vita. Per vivere a pieno, senza rimorsi, è necessario lanciarsi nel vuoto e librarsi per l’aria leggeri, almeno per un po’.


3. PAURA. Ti siedi in un teatro, dal palco inizia il racconto. Soffri non appena la voce inizia a parlare. Una vita buttata, intuisci. Il coraggio è forse la risposta che dai a te stesso ascoltando questa donna raccontarsi. Il coraggio che le è mancato di ascoltare se stessa rinunciando a una vita sul palcoscenico, il coraggio che le è mancato di abbandonare un marito violento. E poi la malattia, che non ha dato tempo al coraggio. Reagisci tu per lei e cerchi di farti forza uscendo dalla stanza per non cadere nello stesso tranello, la paura.


4. INTRUSIONE. Ci si intrufola quasi di soppiatto nella stanza di Alexandre Bergerioux, con qualche imbarazzo ci si siede sul suo letto, in mezzo alle sue fotografie e ai suoi ricordi. La sua voce arriva direttamente da un televisore posto su un comodino; sta preparando un video per sua figlia, appena tredicenne, a cui sta dando l’addio. Alexandre ci invita a frugare tra i suoi oggetti, ad aprire i cassetti e guardarci intorno: scopriamo una raccolta di mosche finte, il suo piacere per la pesca e l’arte. Veniamo attanagliati quasi da un senso di inopportunità nello starsene lì sul letto, immersi nello spazio più intimo, malinconici. Non è mai facile entrare nelle vite degli altri, seppur per pochi minuti, senza uscirne cambiati.


5. TEMPO. Sala da pranzo, una sveglia e tante foto. L’accoglienza di questa stanza è quella di una famiglia tradizionale, un posto dove trovare sempre del cibo, la dedizione per un lavoro e la nostalgia dei tempi andati. Tutto condito da una vita non semplice, una vita che spesso sfugge e che prende un senso solo quando capiamo che stiamo per andarcene. I volti nelle foto sono morti? Ogni momento che fermiamo è passato, quindi, morto. Godiamo ora, e non di ricordi.


6. ACCOGLIENZA. Entriamo scalzi in uno spazio che profuma di sacro, immersi nell’aria di una moschea. Veniamo accolti dalla voce di un uomo turco, Celap Talyp, che da anni vive a Zurigo. Ci invita a sedere e a favorire da un piccolo vassoio di gustosi dolcetti turchi: onora con gioia la sacralità dell’ospite. Nell’ultima fase della sua vita, guarda all’inizio e alla fine: occorre organizzare tutto nei dettagli, perché quella fine potrebbe arrivare da un momento all’altro, inaspettata. Una leggera brezza si alza d’un tratto, ci incontra e ci pervade. È la presenza ultima di quest’uomo. Le sue spoglie verranno accolte da quella terra da cui è partito tanti anni prima per riposare vicino ai suoi cari, per accogliere e venire accolti. La sua anima diviene vento e ci accarezza dolcemente.


7. IDEOLOGIA. Ambiente molto formale, quello dei coniugi Wolfarth. La scrivania di un banchiere che racconta la sua vita insieme alla moglie, tra famiglia e tradizione. Ma quello che gela il sangue e ti lascia interdetto, uscendo dalla stanza, è come sia stato possibile ingannare cosi tante persone assecondando un’ideologia di stermino verso altri popoli. Perché il nazismo ha provocato questo: uno sterminio di massa contro tutti quelli che non fossero della razza “pura”. L’inconsapevole signor Günther cerca di dare una giustificazione, ma più che giustificarsi lancia un messaggio: “non credere a nessuno”.


8. EREDITÀ. Gabrielle von Brochowsky ha dedicato la sua vita all’Africa e lì ha lavorato come ambasciatrice dell’Unione Europea. Ha raccolto moltissimi oggetti popolari e tipici della cultura locale, da statuette apotropaiche a pesanti collane di legno, oltre alle molte fotografie: tutto in numerosi scatoloni, pronti per dare vita al museo della sua fondazione. Gabrielle ci vuole lasciare in eredità il suo patrimonio, materiale e culturale: «voglio decidere da sola a cosa servirà la mia eredità, e spero davvero che continui, dopo la morte, il lavoro della mia vita». Gabrielle ha trascorso la sua esistenza in nome dei propri ideali e vuole condividerli attraverso la sua memoria. È una “nachlass”* che dobbiamo custodire gelosamente e non possiamo permetterci di perdere.


*nachlass: parola tedesca che può essere tradotta con “eredità, lascito”

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