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La terapia del ricordo

April 30, 2018

 

#recensione

 

Sulle note di una canzone di Vasco Rossi che copre il vociare ancora fragoroso del pubblico fa capolino un uomo che, straccio alla mano, pulisce minuziosamente il linoleum nero della scena in ogni suo angolo. Poi si ferma, accende un video-proiettore, si siede in proscenio a una scrivania e dà segno di spegnere le luci.

Ci troviamo a Zona K a Milano, quartiere Isola, di fronte alla grande proiezione di un desktop, in attesa dell’inizio di Between Me and P. L’autore, Filippo Michelangelo Ceredi, illuminato dalla luce bianca di un portatile e da una piccola lampada rossa lavora seduto al tavolo; accanto a lui uno scanner e un raccoglitore. È così, quasi in sordina, che ci introduce nel suo archivio informatico, da cui possiamo scorgere immagini, file audio, video, tutti preceduti da un numero, ben ordinati. Non pronuncia una parola ma ci scrive: digita lettere a formare frasi e, lentamente, il suo racconto prende forma: “Pietro è scomparso nel 1987 all’età di ventidue anni. Io ne avevo cinque”.

Il silenzio in sala si fa più spesso. Non si tratta soltanto di concentrazione; il pubblico sembra aver compreso la densità del tema e rispettosamente rimane in ascolto, dimostrando grande empatia e solidarietà, per quella che è, a tutti gli effetti, una storia vera.

Seguendo un ordine cronologico minuzioso, la performance si trasforma in una vera e propria ricostruzione biografica dei fatti, fondata su prove trovate da Filippo in un cassetto nella camera del fratello perduto. Diapositive, ritagli di giornale di cronaca nera, libri, lettere si fanno strumento narrativo, unica modalità in grado di presentarci P., anima irrequieta che non dormiva mai, ‘diverso’ agli occhi di tutti, entità immersa in una rete politico-sociale che gli stava troppo stretta. Si tratta degli anni ottanta della crisi delle ideologie, delle identità confuse che si fondano più sull’avere che sull’essere. Gli anni ottanta degli eccentrici e ‘vincenti’ Yuppies, i giovani in carriera devoti al consumismo, avidi di successo e simbolo di una ricchezza materiale che spesso non possiedono, ma che ostentano per nutrire il proprio status sociale. Gli anni ottanta anche di chi, forse proprio come P., rifiuta di aderire al contesto sociale dei coetanei e vive in conflitto con tutti gli effimeri valori del momento. Da qui il fascino per la lotta armata, lo studio ossessivo della filosofia, i viaggi in Medio Oriente e la ricerca di soggetti nuovi, emarginati, nascosti da immortalare nei suoi scatti fotografici. Se nella sua analisi Ceredi sembra da una parte mantenere un distacco emoti- vo quasi chirurgico, dall’altra lo si vede intervenire sulla scena ponendo i reperti famigliari sul perimetro del palco o reagendo alla voce della madre quando in una registrazione, per errore, sostituisce il suo nome a quello fratello: “Filippo cade...” e Filippo si accascia al posto di Pietro. Quasi come in un rituale Filippo danza poi al centro della sala: sul suo corpo proiettata una fotografia di P., e tutt’intorno documenti e immagini del suo passato. “Voglio vivere come te, voglio vivere come se, come se tutto il monde fosse fuori...

 

Between me and P. di Filippo M. Ceredi, visto a Zona k

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