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Tra Filippo e Pietro

May 2, 2018

 

#intervista

 

Quattro domande a Filippo M. Ceredi

Between me and P. di Filippo Ceredi nasce come racconto della sparizione di suo fratello Pietro nel 1987. Un’opera che sembra esprimere bene quello che poteva essere il rapporto di un giovane di allora con la sua epoca.
Between me and P. era anche un modo per raccontare gli anni ottanta?

Il rapporto che emerge tra individuo e società viene fuori dai materiali stessi della ricerca, che pulsano, in qualche modo, di questo rapporto. Non è qualcosa di premeditato. Si percepisce dai suoi scritti e fotografie, dalle cose che catturavano la sua attenzione.

Come mai hai scelto l’atto performativo per comunicare un’esperienza autobiografica e famigliare?
Mi è capitato di mostrare i materiali ritrovati tra gli effetti personali di mio fratello a diverse persone interessate a vederli. Nel momento in cui li presentavo loro, molti notavano la persistenza di un aspetto ‘rituale’: la mia presenza dialogava con l’assenza di cui parlavo. Riattraversando i materiali, ricomponendo i resti, si tenta di elaborare un lutto, derivato da una sparizione. Mettermi al servizio di questo archivio parla molto del rapporto che ho con Pietro. Ho avvertito che da questa situazione è possibile percepire qualcosa di universale.

A fine spettacolo lasci che il pubblico interagisca con gli oggetti che collochi sulla scena. Perché?
Gli oggetti che dispongo sul palco, in modo piuttosto ordinato e ossessivo, servono a creare e definire uno spazio scenico. Eppure se rimanessero totalmente inaccessibili, sarebbe frustrante per lo spettatore: dare la possibilità di visualizzarli nel dettaglio, far cogliere anche il minimo frammento che all’inizio sembrava invisibile, mi sembrava una necessità logica. C’è poi anche un aspetto simbolico: questa ricerca e il suo sviluppo scenico rappresentano la riappropriazione di una storia che mi era stata negata, di cui mi mancavano elementi, spiegazioni e perfino la forza per affrontarla. Quando finalmente l’ho fatto mi sono reso conto di quanto gli oggetti potessero comunicare, per questo ho pensato che, per quanto privata, dovesse diventare pubblica. Dando in mano al pubblico, in ogni replica, i materiali originali ho voluto in un certo senso responsabilizzarlo. Certo, mi dispiacerebbe molto se venissero persi o rovinati, ma l’usura del materiale, dovuta alla manipolazione, porta con sé una dimensione umana: le persone li trattano in modo rispettoso, curioso, e anche caloroso.

Come si coniuga con l’aspetto ‘archivistico’ la tua presenza scenica?

Per la maggior parte del lavoro la mia figura rimane in disparte; emerge solo da un certo punto in poi. È come se la lunga assenza preparasse al momento in cui sono presente. È stata una scelta non scontata, ma in questo modo la riappropriazione passa anche attraverso il corpo. Questo agire procede in due direzioni: prima avviene attraverso l’imitazione di mio fratello, poi si trasforma in qualcosa che parte da me. Non so se davvero possa avere a che fare con lui: si tratta di un impulso mio, che fa parte di questa storia.

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