Il pop politico di Birdie

 

#intervista

 

Tre domande a Pau Palacios e Alex Serrano

La peculiarità degli Agrupación Señor Serrano è l’utilizzo di codici altri rispetto a quelli a cui siamo abituati a teatro: dalla tecnica cinematografica all’utilizzo di miniature al posto degli attori. Una sperimentazione che è valsa alla compagnia il Leone d’Argento per l’innovazione teatrale alla Biennale di Venezia 2015.

Nella prima fase della vostra carriera i vostri spettacoli erano più tradizionali. Cosa vi ha portato a cambiare radicalmente il vostro linguaggio?
Nel 2010, dopo quattro anni di collaborazione, ci siamo trovati in mezzo alla crisi. Una crisi economica generale, ma anche una crisi artistica che ci ha spinto in un certo senso a superare la creazione di spettacoli convenzionali. In quel periodo eravamo ospiti ad Avignone, in Francia, per una residenza. L’idioma straniero fu subito un ostacolo alla comunicazione con i performer del luogo e decidemmo quindi di utilizzare un linguaggio basato sul video e su un’espressività corporea, alla maniera dei film anni trenta. Da lì siamo passati a sostituire gli interpreti con delle miniature, rimanendo solo noi in scena come operatori video/tecnici: una scelta dettata soprattutto da necessità di budget che ci ha dato però la possibilità di cambiare prospettiva. Il Leone d’Argento ha aiutato la visibilità del nostro lavoro legittimando questo nuovo modo di esprimerci. Ora questo metodo ci è così naturale, che stiamo decidendo di cambiare ancora, di tornare ad avere uno sguardo esterno che coordini altre persone: Birdie sarà infatti l’ultimo spettacolo in cui saremo presenti in scena, la prossima creazione si fonderà su performer usati come telecamere viventi.

In scena svelate parte del processo creativo. Ma com’è il dietro le quinte, come funziona l’intero percorso?
Nel caso di Birdie il percorso è durato circa due anni. Nel primo ci siamo occupati della drammaturgia e della sua struttura partendo da un punto di riferimento fotografico, da un’immagine specifica. Poi, l’anno successivo, ci siamo dedicati alla fase pratico-realizzativa attraverso un sistema di residenze: ospitati in diversi paesi abbiamo lavorato per sessioni della durata di circa dieci giorni ciascuna. Alla fine di ogni residenza chiediamo un feedback ai creativi del luogo in cui stiamo lavorando: un metodo che ci consente, via via, di perfezionare lo spettacolo. Normalmente lavoriamo da soli, cosa che ci permette di essere completamente liberi e piuttosto veloci nella creazione. Ci capita però di chiedere aiuto a esperti per approfondire determinati argomenti e per trovare nuove chiavi di lettura sulla materia che stiamo affrontando.

Usate una forma apparentemente leggera, quasi pop, per affrontare tematiche che leggere non sono affatto. Questo contrasto che reazione crea nel pubblico?
Il nostro si può definire teatro politico: attraverso l’utilizzo di livelli differenti (video proiezioni, suoni, oggetti) ci concentriamo su problemi d’attualità. Il fine non è creare un documentario ma mettere in scena alcune possibili prospettive: siamo noi stessi qui ed ora a confrontare più realtà, più fonti documentali. Guardiamo le immagini e le scomponiamo accuratamente per arrivare a celare nella finzione i riferimenti diretti alla realtà: giochiamo con il pubblico creando un contrasto tra le loro aspettative e ciò che noi vogliamo far vedere, costringendolo a completare il puzzle che proponiamo. Non ci interessa la sospensione dell’incredulità, preferiamo piuttosto mostrare il trucco: tutto è a disposizione della visione degli spettatori. Non vogliamo, né ci aspettiamo, che il pubblico si immedesimi totalmente in ciò che accade in scena: se generalmente il processo di comunicazione nell’arte e nei media punta su un’emotività che arrivi alla ragione, noi cerchiamo di lavorare esattamente al contrario.

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