Migranti in buca



#recensione


Tavoli con apparecchiature tecnologiche, plastici e miniature, scatole dal contenuto misterioso, migliaia e migliaia di oggettini: è l’horror vacui di un laboratorio a dominare il palcoscenico della Triennale. Incappucciata seduta immobile sopra uno dei tavoli c’è poi la sagoma di una figura umana. Ma sarà una persona in carne ed ossa? O si tratta forse di un manichino? Mentre ce lo chiediamo, ecco entrare in scena gli Agrupación Señor Serrano, registi e insieme operatori spettacolari di Birdie. Lo spettacolo consiste infatti nella ripresa e proiezione simultanea del microcosmo che occupa il palco, su un enorme schermo che costituisce il fondale della scena. Ma cosa significa la parola “birdie”? Ci sono subito comunicate le sue due accezioni: “uccellino” oppure, nel gergo del golf, “andare in buca un colpo prima del par”. Due realtà apparentemente diverse legate in maniera indissolubile da una fotografia scattata in un campo da golf di Melilla, enclave spagnola in Marocco, nel momento in cui alcuni migranti cercano di scavalcare l’alta rete che lo delimita.

Il pubblico è guidato con entusiasmo in un’analisi dal gusto pop, che ricrea dal vivo gli effetti speciali che siamo abituati a vedere tutti i giorni in forma digitale. Una sorta di decostruzione del videomaking dove tutti i meccanismi sono svelati. Così, la curiosità di assistere agli ingegnosi espedienti che si traducono in video, e l’universalità di questo linguaggio che rende immediata e gradevole la comunicazione di un argomento non tanto leggero – tengono sempre vivo l’interesse dello spettatore.

La migrazione è vista infatti quasi come legge cosmica, che va dalle abitudini degli animali, al moto dei pianeti e delle molecole, senza una meta, come il viaggio esistenziale dell’uomo che si chiama vita. E proprio il viaggio dell’uomo, anche come evoluzione, sta al centro della seconda parte della performance, che ci mostra un’interminabile marcia di pupazzetti, soggetti a intemperie, catastrofi naturali, disastri ambientali sempre di matrice umana. La migrazione è dunque qualcosa di intrinseco nella natura dell’uomo, ma sembra che la società moderna non voglia più riconoscerlo: i migranti sono temuti, come Gli Uccelli che terrorizzano la popolazione nell’omonimo film di Hitchcock. Ma è lo stesso regista del brivido a mettere in dubbio, in un’intervista proiettata sullo sfondo, l’esistenza stessa dei suoi pennuti assassini, i quali, altro non sarebbero che la concretizzazione delle paure, da cui le persone cercano sempre di scappare.

È con questa rivelazione che il microcosmo della scena (simbolo e specchio del mondo in cui viviamo) viene via via svuotato di ogni oggetto, fino a quando quello che credevamo fosse un manichino inizia a muoversi, a sgranchirsi le membra a lungo immobilizzate; si porta al centro della scena ormai vuota (possiamo ormai riconoscerlo, è uno dei migranti che avevamo visto nella foto di Melilla) e dispiega le braccia come fossero un paio di ali. Il cerchio delle corrispondenze si chiude.


Birdie di Agrupación Señor Serrano, visto presso Triennale Teatro dell’Arte

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